Kobenhavn store
Action! Please
Se qualcuno crede che io scriva in modo parziale semplicemente perchè conosco tutti gli elementi del gruppo e li ho da sempre supportati si sbaglia di grosso. quindi, premesso ciò, possiamo iniziare.
Piacenza è una realtà morta, stanca, impastata in sonorità punk rock ferme a dieci anni fa. Ammettiamolo, è un colpo di fortuna che quattro ragazzi -Giulio Fonseca (leader?..inventore del progetto), Nicola Curtarelli (braccio destro, chitarra e vodkaredbull), Camillo Crippa (batteria) e Marco Piseroni (suoni, stranezze e divertimento)- provenienti da questo ambiente arido siano riusciti a farsi conoscere a livello semi-nazionale e a far muovere Luca de Gennaro. sarà l’aiuto della 42records e di un produttore come Giacomo Fiorenza, fatto sta che l’uscita del loro primo disco non è passata in sordina.
Kobenhavn store nasce dal progetto di Fonseca che affiancato alla chitarra da Curtarelli crea pezzi dediti all’elettronica, per poi addentrarsi nello shoegaze e nel post rock riempiendosi della batteria di Crippa; per arrivare al prodotto finito ci sono voluti due anni e non si può fare a meno di notare che la musica viene dalla testa e dal cuore, non dagli stereotipi di moda.
il disco di apre con Postcore: partendo dai giochi elettronici si innesta la batteria che crea il ritmo in crescendo assieme a glitch e distorsioni per placarsi e ricominciare in uno schema che prevede il lento-forte-lento, con declinazioni come la chitarra che contribuisce all’aspettativa dello scoppio di batteria. mai troppo lungo o snervante.
una grand-ouverture.
per poi abbassarsi di colpo sul secondo pezzo: Ants marching on. per aver sentito questa canzone più volte in live strumentale la voce di Johnatan Clancy (Settlefish) stona. si comincia con una grande amplificazione di batteria e nel momento in cui si vuole godere del tintinnare elettronico e del suono della pianola ecco che parte il testo. stride. forse la sua non è la voce adatta, troppo strana per un pezzo già di per sè complesso di sonorità e risulta una forzatura, così come forzati sono i ritornelli nei crescendo. la salvo soltanto nella ripresa dopo il primo scoppio dove scivola bene sulla base. così come degno di nota è il pezzo lasciato ai divertimenti di Fonseca coi suoni elettronici prima del gran finale. forse ad un ascoltatore “vergine” il pezzo piace, ma decisamente in live strumentale da molta più sostanza.
che dire di We came down from the North? che è un matrimonio dell’elettronica stile Nathan Fake coi Giardini di Mirò…che è il pezzo più post rock, più pop, più apprezzato e più dolce dell’intero disco. dopo due pezzi che scuotono dentro ecco la voce lieve malinconica di Raina (Amor Fou) che si stende sulle spatole e sulle basi discrete, lasciando lo spazio a un riff di chitarra melodioso e triste per poi fare spazio al basso distorto cambiando completamente il tempo, più veloce ma non meno malinconica. raina è a dir poco perfetto. anche gli scoppi di batteria finale sembrano non voler togliere la scena alla chitarra e alla voce. una canzone in un sussurro e in un battito di cuore.
ma è soltanto al sesto pezzo che scopriamo la vera identità dei Kobenhavn Store: Black rebel tricycle club. è sicuramente una canzone da singolo, non si dimentica e non fatevi ingannare dall’inizio melodioso e lento, si parte subito con Simone Magnaschi (stinkin polecats), la voce decisamente migliore per questo gruppo che si è pur curato di ospiti importanti ma che nella semplicità di un cantante di punk rock ha trovato il perfetto equilibrio con la musica per creare un pezzo senza sbavature. This is not a dancefloor! speriamo di cantare allora. senza essere parziale: è in assoluto la migliore.
dopo aver cantato e pensato di distruggere città in sella a tricicli torniamo all’esenza post rock glitch…(non ho più termini per definire questi generi!). gardens v3 racchiude l’anima del progetto iniziale, sicuramente un bel pezzo, ma si nota che il gruppo si è evoluto e basta ascoltare il pezzo precedente per averne un’idea. da ascoltare sdraiati in un prato a primavera. e così si può dire di The Cold Season.
A real twilight poteva rimanere una b-side. o un pezzo suonato live. sinceramente mi sarei aspettata meglio. neo piuttosto scuretto, che tarda a partire e su cui la voce di Fabio Campetti non riesce decisa, se non per l’i don’t wanna leave you sussurrato che una lacrima la farebbe scendere.peccato, perchè il pezzo aveva del potenziale.
in definitiva. un disco da amare. non abbiate paura a emozionarvi e dimostrare che questa declinazione di post-rock, shoegaze o che dir si voglia fa sentire che batte anche il cuore e non solo il piedino sul pavimento.
per saperne di più vi linko il loro myspace