Archivio per la Categoria recensioni dischi

Phoenixmania

Posted in cloud la critica, recensioni dischi con i tag , , on 2 Luglio, 2009 by cloudintheocean

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Se qualcuno crede di essere scampato dal tormentone del 2009 non gioisca. Non si riesce a sfuggire all’accento french-inglese di Thomas Mars, che dopo tre anni torna sulla scena con un album più elettronico forse (sarà per il fatto che è stato prodotto da un personaggio come Philippe Zdar?), ma di certo sempre con il tono pop e trascinante che ha contraddistinto il gruppo fin dall’inizio (per chi non ricordasse, If i ever feel better).  Una cosa interessante è che i Phoenix riescono sempre a  creare il singolo hit che può durare per anni senza mai invecchiare: da Everything is everything a Consolation prices, tutti perlomeno una volta si sono ritrovati a cantarle. Un motivo per non avere ansia da prestazione nel porre un pezzo dal calibro di Lisztomania come incipit del disco. E di farne il primo singolo. Ma se si ascolta 1901 e le sue tastiere anni 80unite così perfettamente alle schitarrate indie-strokes  si capisce da subito che la caratteristica di Wolfgang Amadeus Phoenix è che nessuna canzone scende di tono e  tutte possono essere plausibilmente prese come singolo. anche Fences, che per quanto sia più “lenta” comunque fa venire immediata voglia di battere a tempo le mani e muoversi ondeggiando tra la folla.

Vorrei soffermarmi di più su Love is like a sunset, un pezzo anomalo per la posizione a metà disco e per la costruzione ben al di là della linea generale del disco. l’incipit solo di basi non ti fa pensare che siano i Phoenix quelli che stai sentendo,  per due minuti ci si perde tra l’elettronica per poi trovarsi a inseguire l’aumento di  ritmo che spiazza con una pausa improvvisa. per ricominciare sulla linea precedente sempre con basi perfette a creare un’attesa che sembra non trovare mai compimento si arriva vicini al climax per poi spegnersi di nuovo, finchè (dopo sei buoni minuti di strumentale e quando ormai non lo si aspetta più) la chitarra accompagna  la voce quasi sussurrata  che conclude con un semplice  “you’re like a sunset”.

un piccolo capolavoro che non ti saresti aspettato in mezzo al tripudio di felicità e elettronica delle tracce portanti dell’album.

Anche se state contemplando l’orizzonte con una sigaretta dopo questi 8 minuti e siete totalmente rintronati dalla musica  vi riprenderete in fretta perché non era solo che una piccolo intramezzo per farvi tornare a divertire e saltellare sui piedi. Con Lasso. Solo 3 minuti per uno dei pezzi  più in linea con il passato (ricordate Rally?), così come Rome sancisce definitivamente il trait d’union  con il ritornello recitante  “Rome rome rome” che tanto ricorda Run run run. Già, perché al signor Mars piace così tanto ripetere parole all’infinito che quasi in  It’s never been like that era al limite della nausea; ma d’altronde è un segno distintivo che rende questi parigini unici nel loro genere. Un evergreen che non passa di moda.

Countdown ancora per riprendere fiato e arrivare al finale che poteva essere Love is like a sunset, ma perché dover essere così scontati con un pezzo strumentale in chiusura?D’altronde se quest’album è nato per dare un tocco di freschezza a questa estate è il minimo lasciarci con la gioia di schiacciare di nuovo play. E ricominciare con Lisztomania.

Almeno fino all’anno prossimo. o chissà per quanto ancora.

of montreal, skeletal lamping

Posted in cloud la critica, recensioni dischi con i tag , , , , , on 1 Dicembre, 2008 by cloudintheocean

i glitter di Kevin Barnes allieteranno il vostro inverno, rendendolo un inferno

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Arriva un momento nella carriera di un gruppo in cui ci si stabilizza su un suono che fa definire il disco “maturo” ed è così è anche per gli Of Montreal, la cui esperienza decennale è il prodotto della mente contorta e geniale di Kevin Barnes personaggio glitterato stile 80s che sul palco è capace di presentarsi in groppa a un cavallo.

Non fatevi spaventare se il finale della prima traccia di Skeletal Lamping è composta da due minuti di chitarra troppo distorta e accompagnata da un falsetto quasi ultraterreno: è solo l’inizio del delirio psichedelico che Barnes vuole farvi provare, dalla seconda canzone vi sentirete immersi in un mondo colorato e luccicante da cui difficilmente riuscirete a uscirne se non alla fine del disco.

Anche perché la caratteristica di quest’album è quella di eludere la forma canzone per adattare i singoli pezzi ad un tutt’uno musicale, creando l’illusione di un collage di canzoni a se stanti che in realtà sono piccole parti di una stessa .non riesci mai a capire a che punto del disco sei arrivato e continui nell’ascolto cercando un leitmotif, questo è il tratto distintivo di Barnes: spazia da Bowie agli Architecture in Helsinki passando per i Clap your hands say yeah! rivisitati in un nuovo e affascinante suono tutto personale, barocco per quanto può permetterselo saltando dalla batteria ritmata di For our elegant castle al piano di Touched something’s hollow, senza respiro e senza apparente connessione.

Rimangono comunque un paio di canzoni di derivazione Sunladic Twins: Wicked Wisodm e Gallery Piece. Piacevolissime e difficilmente dimenticabili , nonostante manchino un po’ i ritornelli come quello di Heimdalsgate Like a Promethean Curse potete consolarvi con

Ooh, you’ve got such super wicked style
Show it to me baby ,Let me see it baby ,Show me to your baby

Voglio aggiungere una nota sulla soddisfazione di averlo originale: per una volta fate lo sforzo di comprarlo, non ve ne pentirete. Soprattutto coloro che apprezzano i libri pop up e i trompe d’oeil. Il design arzigogolato e pop racchiude l’essenza degli Of montreal, e il non capire come si riesca a richiudere la copertina è un ottimo passatempo durante l’ascolto del disco.

Insomma, se dopo undici anni Barnes è ancora in grado di sbalordire il pubblico, aspetto con ansia il suo prossimo disco. Non vedo l’ora di rimanere ore a cercare di decifrare in che luogo del suo cervello mi sta portando.

e nel frattempo guardatevi il video del singolo Id Engager

Metronomy

Posted in cloud la critica, recensioni dischi con i tag , , , , , , on 25 Novembre, 2008 by cloudintheocean

Nights Out

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Ammetto, se non ci fosse stato qualcuno a spedirmelo da londra io questo disco non lo avrei mai ascoltato per pura ignoranza della sua esistenza. certo, perché a quanto pare in terra britannica Jospeh Mount (che si esibisce sotto il nome di Metronomy con la sua band), originario del Devon, è conosciuto per aver remixato pezzi ai Franz Ferdinand, Klaxons, Zero 7, e dopo due anni dall’uscita del primo disco Pip Paine arriva tra le mie mani con un suono che non sembra regalarci molte novità musicali.

L’inizio non mi convince, un intro di tromba che mi lascia alquanto perplessa, e mi fa passare immediatamente alla successiva traccia; però noto che man mano che il disco procede si snoda attorno a un beat mediamente sostenuto e circondato da synth, sempre molto orecchiabile e non troppo ampolloso . Certo, ciò che balza subito all’orecchio è la volontà di coniugare a dovere elettronica e indie rock, ma non risulta troppo convincente, se non con l’eccezione di Heartbreaker , la più riuscita di tutto il disco, così come Thing for me o My heart rate rapid.

Mi piace tutto sommato l’idea che sia il resoconto di un weekend trascorso sulle strade ascoltando musica durante la notte, perché i pezzi rimangono in sottofondo, come la musica di un’autoradio e ti accompagnano senza essere troppo invasivi. ma appunto per questo di tutto il disco non rimane nulla di concreto al di là di vari esercizi di stile alla Late of the Pier, Cut Copy e co. Che spesso quasi stancano, come Nights Out , Side 2 e Nights outro, di cui mi chiedo il senso, perché più che legame tra i pezzi cantati sembrano inseriti per mancanza di altro.

Sarebbe interessante vederli live, anche solo per poter avere una prova che anche un disco poco consistente possa capovolgere ogni aspettativa se suonato dal vivo.

In ogni caso, dopo un ascolto attento la domanda che ci si pone è: tra quanti giorni me ne dimenticherò?

Black Rebel Tricycle Club

Posted in canzone del giorno, recensioni dischi con i tag , , , on 24 Ottobre, 2008 by cloudintheocean

ovvero: mamma guardami! sono in televisione!

si. è uscito dopo mesi di affanni e lotte e risate il video dei Kobenhavn Store.

lo abbiamo girato un pomeriggio di aprile, il 1 aprile..c’era tanto sole e nel supermercato faceva pure freddo. volevano una storia fatta bene e il risultato è stato un simone esilarante che ci prova con una daria alquanto acida in perfetto stile commessa.

noi condiamo il tutto. perlopiù me ne giuravo portando imbarazzo alla cassa con ukulele, cd di mango e il meglio delle canzoni d’amore anni 60.

peccato per il taglio delle scene di violenza gratuita nel corridoi mentre ci calpestavamo a vicenda, o le molestie a simone mentre cantava nel carrello della spesa, con dita in bocca, pacchi di pasta lanciati in testa e divertimenti vari.

in ogni caso.

godetevelo, se non lo avete ancora visto su MTV BRAND NEW o su ALL MUSIC. e per oggi è la canzone del giorno ;)

HEIMA

Posted in meditazioni quotidiane, recensioni dischi, romanticismi con i tag , , , , on 12 Luglio, 2008 by cloudintheocean

chiunque sia devoto ai sigur ros l’ha visto.

io ho aspettato il giusto momento per farlo, e ho pianto.

credo che piangerò anche domani al concerto, ma è la bellezza di queste terre a rendere il tutto ineffabile.

ho deciso di lasciare degli assaggi per chi non sapesse, non capisse o altro

è questo che intendo quando dico che i sigur ros sono l’islanda.

perchè nelle loro note senti la goccia d’acqua che cade, senti il vento tra il prato e le nuvole che scorrono in cielo.

e ti provoca una sensazione di malinconia perchè non ci sei mai stato ma ti manca.

lo puoi solo immaginare ma non sai com’è. e lo immagini come te lo descrivono loro che lo respirano, lo sentono e ne sono impregnati.

nessun altro può

in Islanda è arrivata l’estate!

Posted in cloud la critica, recensioni dischi con i tag , , , on 12 Luglio, 2008 by cloudintheocean

mentre sono qui a casa con 35 gradi in corpo e fuori l’estate che splende di 40 gradi circa tentando di uccidermi, ho deciso di dedicarmi a questo blog trascurato causa impegni di maggior portata.

e cosa scrivere di più importante dell’uscita del nuovo album dei sigur ros?

med sud i eyrum vid spilum endalaust

dopo una serie di album in cui fate e folletti si scontravano con sublimi suoni crepuiscolari ecco d’improvviso che dalle note del gruppo islandese scoppia l’estate. da Gobbledigok a inni mer syngur vitleysingur pare come se il sole nascosto nei dischi precedenti abbia preso il sopravvento e abbia cambiato la vita di Jonsi e compagnia. o, al limite, hanno partecipato a una festa nuziale di qualche folletto islandese.

insomma. un tripudio di festa e colore e gioia, che prevade l’intero ascolto, e ha il suo culmine in festival, 9 minuti di perfezione in un crescendo di emozioni inesprimibili.

nella seconda parte del disco il sole tramonta: si torna a note calme, intime come in illgresi, solo chitarra acustica e voce e si viene coccolati constraunmes, una strumentale di archi.

ho letto che molti hanno apprezzato il fatto che i sugr ros abbiano composto una canzone in inglese: All Allright. beh, non vedo dio cosa gioiscano inanzitutto per ilò fatto che i sigur ros non sono più saigur ros se iniziano a comporre album in inglese commercializzandosi. e in ogni caso, chiunque abbia scritto la cosa che ho letto..vorrei sapere quanto ha capito del testo solo ascoltandolo su disco. è stata una gioia per me constatare che l’inglese era incomprenisbile tanto quanto l’hopelandico.

io non sono mai stata in islanda, ma ascoltando questo disco vi ho trascorso un’intera giornata di festa.

i sigur ros non si smentiscono e non si smentiranno mai.

42 records

Posted in cloud la critica, recensioni dischi con i tag , , , , , , on 14 Giugno, 2008 by cloudintheocean

cosa collega Douglas Adams ai Kobenhavn store? Semplice, Giacomo Fiorenza

mi sembrava doveroso parlare almeno due minuti della 42 records, dato che nomino in continuazione gruppi che stanno sotto questa etichetta.

allora, l’idea nasce da Giacomo Fiorenza (già produttore di vari gruppi tra cui Offlagadiscopax, Giardini di mIrò e Les fauves, per dirne un paio a caso) ed Emiliano Colasanti; il nome è proprio il collegamento a Douglas Adams: la risposta definitiva all’universo, la vita e tutto quanto. (per chi non avesse mai letto Guida galattica per autostoppisti, …consoglio letterario spassionato. non impegnativo, non stancante, molto divertente).

i Gruppi:

dei Kobenhavn store ho già parlato abbastanza, non c’è nient’altro da dire se non che stanno sfornando un brano più carico dell’altro nell’ultimo periodo, soprattutto grazie all’importantissimo apporto di Simone Magnaschi che è arrivato a dare il timbro grintoso giusto a dare una svolta all’intero gruppo.

ma coloro su cui volevo spendere una qualche parola in più, data l’uscita recente dell’album, sono i FAKE P

vengono da Legnago e suoano indierock. ah, direte, fin qui la solita solfa. ah, vi dico io! la potrei pensare allo stesso modo se

a) Last non fosse la canzone anche di uno spot di gioielli, il che ce la dice lunga sul fatto che non sono molto sconosciuti. ed era quella che non mi piaceva, finchè non l’ho ascoltata tutta per bene

b) la seconda metà del disco ti rimane incollata nel cervello e non la scolli più, soprattutto la malinconica The day I betrayed the earth, che ci da prova del fatto che non sanno msolo fare dell’indie rock a casaccio scopiazzando a destra e a manca come la maggior parte dei gruppi mediocri

c)hanno ottime influenze elettroniche quasi fischerspooner in qwerty, in Baubaubhaus e Rorschach

d) i titoli sono fighissimi: NIxon in the sky with diamonds, nonostante sia quella che meno preferisco, la prendo su solo per il titolo!

e) dal vivo sono ottimi, con le loro maglie equalizzatore e il pupazzo formica

quindi, evitate per favore di gettarli nel sacco dei gruppetti del cazzo italiani che vogliono fare gli inglesi o cosa. sono i fake p. punto.

e ora loro. il mio primo, vero, grande amore per la musica struimentale, nato nel lontano 2000 grazie ad una compilation di gruppi torinesi in cui era presente un loro brano: Frozen Coffee.

i Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo.

nascono nel 99, e sopravvivono coi loro strumenti e, quando serve, la collaborazione di qualche voce (Robertina nel disco L’irreparable, in Disconoir Moltheni, Velvet e Nuccini). a volte musicano film muti.

molto più spesso commuovono.

disconoir è l’ultimo colore di una serie di album: disco giallo, disco blu, tutti numerati. e poi c’è l’irreparable. la chicca più completa.

e ora disconoir, uscito in vinile e cd, noir come il titolo, come una stella che non dimentica, come stella che non ricorda niente. come l’intera grafica del disco, dolce e terribile.

non riesco mai a pralre in modo oggettivo di un gruppo che mi trasmette così tanto, quindi mi limiterò a consigliarvelo.

ascolto “d’autore”, pochi possono apprezzarlo fino in fondo. e forse è questo il bello dei gatto ciliegia, rimangono conosciuti soltanto alla schiera che si permette il lusso di scavare a fondo nel suono e trovarci un universo intero.

vi lascio un pezzo, uno dei pochi cantati, del disco vecchio. perchè sono convinta che disconoir, quello chi lo apprezza lo ha già.

mi manca qualcosa/ quel viso obliquo che osserva/ il mio modo di essere assente/ così irreparabile/ non smettere di guardarmi/ non smettere di rimanere lì/ quanti anni nei miei pensieri…/ vattene!/ l’irreparabile è un dejavu/ irreparabile è la paura di me solo/ irreparabile è il mio modo di cancellare tutto/ irreparabile è questa stanza così vuota/ il ricordo della musica irreparabile/ è la musica del nostro gatto/ è il nostro amore irreparabile/ i giorni felici passati a danzare/ intorno a noi (al nostro gatto)/ certe volte penso: “io non esisto”/ irreparabile è questo pensiero ( non smettere di suonare per me)/ mi dico allora: “noi non siamo mai esistiti!”/irreparabile è la mia stupidità ( non smettere di suonare per me)/…irreparabile è la mia vita come questa musica/ entra, non smettere, perdonami/ è la musica del nostro gatto/ è il nostro amore irreparabile/ i giorni felici passati a danzare/ intorno a noi (al nostro gatto)/

-l’irreparable-

(è cantata in francese, scritta tradotta)

e ora ditemi se la 42 non è la risposta definitiva…

ogni tanto mi presto anche a ciò

Posted in cloud la critica, live, recensioni dischi con i tag , on 24 Maggio, 2008 by cloudintheocean

nonostante il mio pessimo stile di scrittura, mi capita spesso di scrivere recensioni per il sito 29100.it

penso che da questo mese in avanti il numero degli articoli aumenterà, perciò chiunque stia cliccando sul mio blog per leggere recensioni di album e concerti può trovarli anche sul link lassù :D

Hercules & Love affair

Posted in canzone del giorno, cloud la critica, recensioni dischi con i tag on 1 Maggio, 2008 by cloudintheocean

devo dire che questo gruppo sta diventando il mio tormento, soprattutto per il loro singolo Blind, che inizialmente non mi piaceva troppo…ma dopo un paio di ascolti non mi stupisco di trovarmi a cantare “Because i feel blind..”. forse anche perchè il testo mi ha colpito, forse perchè in questi giorni mi butto sulle canzoni per non pensare alla vita reale…non so..

però leggetevi il testo, è sinceramente bello. e la voce di Antony (and the Johnson) per una volta non mi uccide i timpani. si, scusate ma io non riesco a resistere alla sua voce lamentosa, invece qui ci sta a pennello.

per non parlare del video. trasuda sensualità e io lo proibirei nelle fasce protette du mtv, poi si lamentano che i ragazzini lo fanno a 11 anni…oh beh, questa ,per me, è una canzone che gli ormoni non li tiene fermi..però vabbeh…

se poi anche Grazia li mette in classifica settimanale vuol dire che stanno davvero avendo un successone

As a child, I knew
That the stars could only get brighter
And we would get closer
Get closer
Oooooh

As a child, I knew
That the stars could only get brighter
That we would get closer
Get closer
Leaving this darkness
Behind

Now that I’m older
The stars should lie upon my face
When I find myself alone
Find myself alone

Now that i’m older

The stars should lie upon my face
And when I find myself alone
I feel like I
I am blind

Feel it
Feel it
Feel it
Feel it
Like I am blind
I am blind

I wish the stars could shine now
For they are closer
They are near
But they will not present my present
They will not present my present


I wish the light could shine now
For it is closer
It is near
But it will not present my present
It makes my past and future painfully clear

To hear you now
To see you now
I can look outside myself
And I must examine my breath and look inside
Ooooooh

To see you now
To hear you now

I can look outside myself

And i must examine my breath and look inside
Because I feel blind
Because I feel blind

I feel it
I feel it
I feel it
Like I
Like I’m blind
Ooooooh
The movie will
And feel it
Oooooh, I feel it
Feel it

Kobenhavn store

Posted in recensioni dischi con i tag , , , on 13 Marzo, 2008 by cloudintheocean

Action! Please

Se qualcuno crede che io scriva in modo parziale semplicemente perchè conosco tutti gli elementi del gruppo e li ho da sempre supportati si sbaglia di grosso. quindi, premesso ciò, possiamo iniziare.

Piacenza è una realtà morta, stanca, impastata in sonorità punk rock ferme a dieci anni fa. Ammettiamolo, è un colpo di fortuna che quattro ragazzi -Giulio Fonseca (leader?..inventore del progetto), Nicola Curtarelli (braccio destro, chitarra e vodkaredbull), Camillo Crippa (batteria) e Marco Piseroni (suoni, stranezze e divertimento)- provenienti da questo ambiente arido siano riusciti a farsi conoscere a livello semi-nazionale e a far muovere Luca de Gennaro. sarà l’aiuto della 42records e di un produttore come Giacomo Fiorenza, fatto sta che l’uscita del loro primo disco non è passata in sordina.

Kobenhavn store nasce dal progetto di Fonseca che affiancato alla chitarra da Curtarelli crea pezzi dediti all’elettronica, per poi addentrarsi nello shoegaze e nel post rock riempiendosi della batteria di Crippa; per arrivare al prodotto finito ci sono voluti due anni e non si può fare a meno di notare che la musica viene dalla testa e dal cuore, non dagli stereotipi di moda.

il disco di apre con Postcore: partendo dai giochi elettronici si innesta la batteria che crea il ritmo in crescendo assieme a glitch e distorsioni per placarsi e ricominciare in uno schema che prevede il lento-forte-lento, con declinazioni come la chitarra che contribuisce all’aspettativa dello scoppio di batteria. mai troppo lungo o snervante.

una grand-ouverture.

per poi abbassarsi di colpo sul secondo pezzo: Ants marching on. per aver sentito questa canzone più volte in live strumentale la voce di Johnatan Clancy (Settlefish) stona. si comincia con una grande amplificazione di batteria e nel momento in cui si vuole godere del tintinnare elettronico e del suono della pianola ecco che parte il testo. stride. forse la sua non è la voce adatta, troppo strana per un pezzo già di per sè complesso di sonorità e risulta una forzatura, così come forzati sono i ritornelli nei crescendo. la salvo soltanto nella ripresa dopo il primo scoppio dove scivola bene sulla base. così come degno di nota è il pezzo lasciato ai divertimenti di Fonseca coi suoni elettronici prima del gran finale. forse ad un ascoltatore “vergine” il pezzo piace, ma decisamente in live strumentale da molta più sostanza.

che dire di We came down from the North? che è un matrimonio dell’elettronica stile Nathan Fake coi Giardini di Mirò…che è il pezzo più post rock, più pop, più apprezzato e più dolce dell’intero disco. dopo due pezzi che scuotono dentro ecco la voce lieve malinconica di Raina (Amor Fou) che si stende sulle spatole e sulle basi discrete, lasciando lo spazio a un riff di chitarra melodioso e triste per poi fare spazio al basso distorto cambiando completamente il tempo, più veloce ma non meno malinconica. raina è a dir poco perfetto. anche gli scoppi di batteria finale sembrano non voler togliere la scena alla chitarra e alla voce. una canzone in un sussurro e in un battito di cuore.

ma è soltanto al sesto pezzo che scopriamo la vera identità dei Kobenhavn Store: Black rebel tricycle club. è sicuramente una canzone da singolo, non si dimentica e non fatevi ingannare dall’inizio melodioso e lento, si parte subito con Simone Magnaschi (stinkin polecats), la voce decisamente migliore per questo gruppo che si è pur curato di ospiti importanti ma che nella semplicità di un cantante di punk rock ha trovato il perfetto equilibrio con la musica per creare un pezzo senza sbavature. This is not a dancefloor! speriamo di cantare allora. senza essere parziale: è in assoluto la migliore.

dopo aver cantato e pensato di distruggere città in sella a tricicli torniamo all’esenza post rock glitch…(non ho più termini per definire questi generi!). gardens v3 racchiude l’anima del progetto iniziale, sicuramente un bel pezzo, ma si nota che il gruppo si è evoluto e basta ascoltare il pezzo precedente per averne un’idea. da ascoltare sdraiati in un prato a primavera. e così si può dire di The Cold Season.

A real twilight poteva rimanere una b-side. o un pezzo suonato live. sinceramente mi sarei aspettata meglio. neo piuttosto scuretto, che tarda a partire e su cui la voce di Fabio Campetti non riesce decisa, se non per l’i don’t wanna leave you sussurrato che una lacrima la farebbe scendere.peccato, perchè il pezzo aveva del potenziale.

in definitiva. un disco da amare. non abbiate paura a emozionarvi e dimostrare che questa declinazione di post-rock, shoegaze o che dir si voglia fa sentire che batte anche il cuore e non solo il piedino sul pavimento.

per saperne di più vi linko il loro myspace